OnMedia opened in September 2011 with the Italian collective JENNIFER ROSA, with the performance-installation OFF SHORE created in 2007.
Links:
http://www.jenniferrosa.org/jennifer_rosa.html?0
O F F S H O R E
anno: 2007
format: performance-installazione
concept e regia: Chiara Bortoli
performers (in numero variabile):: Francesca Raineri, Francesca Contrino, Vasco Manea, Chiara Bortoli
elaborazioni sonore: Fiorenzo Zancan
creazione: Buttrio, S.P.A.C. Spazio Pubblico Arte Contemporanea, 14/12/07
produzione: Jennifer rosa
partners: Cooperativa Culturale Campana (Marano Vic.), Centro Servizi ULSS n.4 (Montecchio P.)
durata: minimo 90′
OFF SHORE è collocabile all’interno di uno spazio espositivo. I performers, in numero variabile a seconda del luogo e del contesto, agiscono autonomamente l’uno dall’altro all’interno di uno spazio condiviso con gli spettatori.
A terra è segnato il perimetro di alcuni quadrati ognuno dei quali costituisce lo spazio d’azione di ciascun performer ed ha le dimensioni del suo corpo. I quadrati ritagliano piccole scene tra le quali gli spettatori possono circolare e sostare, scegliendo il percorso della propria visione.
Ogni performer ha a disposizione una ventina di ‘materiali fisici’, corrispondenti a differenti stati corporei, mentali ed emotivi. A determinare l’ordine con cui i materiali vengono presentati è un’estrazione a sorte a cui partecipano gli stessi spettatori.
Su di una parete sono appesi una trentina di fogli bianchi. Nel corso del lavoro, ogni performer a più riprese traccia ad occhi chiusi i contorni del proprio corpo, ricreandone l’anatomia e rivelandone la tessitura immaginaria. Alla fine della performance i segni si stratificano ed occupano la maggior parte dei fogli.
OFF SHORE è il tentativo di ogni performer di comporre un autoritratto al di là della figura ammessa e riconoscibile, attraverso un esercizio dai parametri dichiarati: un’enumerazione che parte da ‘zero’ ed arriva ad un numero ‘X’. Ad ogni numero corrisponde un materiale fisico frutto del lavoro collettivo: nella fase di costruzione, ogni performer è stato a lungo ‘agito’ dagli altri, alcune azioni sono state poi isolate e rielaborate, andando a costituire gli elementi base del suo percorso… ad implicare un lavoro sull’assente, ad evocare un’esperienza vissuta in un altrove dalla scena, a dire dell’Altro che ci costituisce. Si è scelto di lasciare isolati i materiali, evitando ogni tentazione di scrittura coreografica.
L’organizzazione di questo lucido esercizio convive con il calore, la passione viscerale e la qualità irrazionale del movimento. I disegni non sono semplici divagazioni surreali, ma lucide ricognizioni di un corpo credibile, quasi un “disegnarsi addosso se stessi”, in cui ogni segno, pur filtrato dalle proprie convenzioni rappresentative, è strettamente connesso con ciò che si percepisce, dal di dentro, come corpo proprio. Il risultato sfasato collima con l’aleatorio della sequenza, con la figura di un corpo strampalato e sconnesso ma concreto (non una fantasticheria); un corpo che affascina e sorprende nella sua essenzialità.
«Il proposito che lo guidava non era impossibile,
anche se soprannaturale. Voleva sognare un uomo:
voleva sognarlo con minuziosa interezza e imporlo
alla realtà.»
J.L.Borges in Le rovine circolari
In seguito alla performance è possibile lasciarne traccia con un’installazione composta di tre elementi:
- i disegni appesi alla parete
- altri fogli bianchi disposti a terra come supporto per una proiezione ortogonale di un video in loop: la ripresa in ortogonale delle azioni di ciascun performer da ‘zero’ a ‘X’. La proiezione si avvicina quanto più possibile alla scala 1:1
- il fascicoletto dei fogli con annotati i numeri delle singole estrazioni appeso ad un’altra parete
1.
E’ un singhiozzo nel diaframma, è una risacca nel respiro, è un’afasia nel gesto, è un black out nella voce. E’ un gorgo, un’apnea, un buco, un avvallamento, un’amnesia. E’ un’interruzione, un nulla. Un’irruzione, un troppo. Un nulla troppo pieno per passare inosservato. Una certa idea di gesto.
In balìa. Ma non si perde.
E la danza è nell’ossimoro, come in due cose opposte che, vicine, suonan strane. Due cose opposte che, vicine, apron mondi, no, abissi.
2.
E’ balbettando che il discorso si compone. Ruba frammenti all’aria. Ruba vocali da fuori, da sotto, da dietro. Ruba nebbia, e la tiene in bocca. La mette in tasca. Consonanti nello spazio di un respiro. Sillabe interrotte tra pelo e pelle. Seduto o seduto. Come in una sala d’aspetto. Seduto o in piedi. Come in un bus.Se non stringe forte la sedia, cade giù. Con le mani, con i denti, con la faccia. Non fare rumore. Non fare silenzio. Non fare
3.
E’ un corpo in vista, oggettivamente, un corpo. Guardalo come un oggetto posato lì per caso, su un tavolo, no, su una sedia, un oggetto seduto lì sulla sedia, con le gambe incrociate. Un oggetto immerso nel silenzio. Una sirena muta.
Non c’è niente da nascondere. Niente da mostrare.
Il suo corpo, come da fuori. In stravaganti manipolazioni. In articolazioni fuori norma. In un gioco di puzzle impazzito. Scambia i pezzi e li confonde. E mangia arance con i piedi, inventa piedi con le mani, e poi la testa con la bocca e poi i capelli e poi la danza.
Senza inizio senza fine.
L’uno genera il due: una parte per l’inquietudine e l’altra per il gioco. Una terza per il senso. E per i sensi.
4.
Questa sono io, solo questa sono io, e arrivo fin lì dove arrivano le mie dita con le braccia aperte in croce, e dove arriva la mia testa e dove toccano le piante geografiche dei miei piedi. E lì, dopo di lì, finisco. E oltre a lì non sono più io, fuori di lì c’è tutto il resto. Fuori di lì c’è il mondo.
Scegliere dei numeri.
Con sollievo, con umiliazione, con terrore,
comprese che anche lui era una parvenza,
che un altro stava sognandolo.
Scegliere due numeri. 6 e 15.
Un sorriso affabile.
Una richiesta senz’altro da soddisfare.
Piccoli pezzi di carta scritti a penna.
E numeri da scegliere.
L’inizio di azioni scombinate.
Una nuova lotteria?
12. Tu… che numero hai pescato?
Non ricordo…
Ma che importanza può avere, poi?
Occhi chiusi, che tastano i contorni.
Contorni su carta volteggiante.
Ecco… volteggiare… annaspare… cadere…
Lasciarsi scivolare all’indietro, sul legno.
Senza macchia e senza paura.
I contorni della vita. Dentro un piccolo quadrato.
Amigo… tù està borracho como una cuba!
Ecco… cosa stai cercando… nella tua vita?!
Segni. Disegni. Profili. Carbone su carta.
Profili dell’anima. Profili del sogno.
Ecco… dimmi… dove stai andando… nella tua vita?
Lasciarsi trasportare. Fluttuare. Dormire… sognare…
Sognare…!
Lei non ha occhi che per il sogno.
Ma sembra quasi che stia male.
La sua sagoma non è come lei la conosceva.
Le sue azioni non sono come quelle dei sogni.
Giravolte. Sorrisi strampalati.
Cercare l’infinito nelle dita dei piedi.
Allungarsi fino all’ennesimo strappo.
0,11,14. Altri numeri. Che cosa significa?
Azioni sognanti. In un quadrato.
Altri numeri. E sguardi sul nulla.
Camminare. Saltare. Cadere. Galleggiare.
Hai guardato oltre, laggiù…
Sospirare. Lacerare. Stupire. Annichilire.
Cos’hai visto… laggiù?
Lei si gira di scatto. Rumori lontani. Da una radio.
¿Amigo… che pasa?
Ritorna sui suoi passi. Qualcosa la costringe dentro.
Di scatto. A salti. Sgangherata, violenta. Qualcosa la tira fuori.
Sguardi interessati. In soggezione.
Chi ti ritrovi ad essere?
Una strana luce si muove tra le ombre.
E cosa ti ritrovi a cercare?
Movimenti del sognare. Messi in croce da numeri casuali.
E sogni in movimento. Dettati da un’oscura matita.
Cosa significa tutto ciò?
E tutto sommato… che importanza può avere?!?
¿Amigo…?”
Giampaolo Lago
per
O F F S H O R E



